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La visita di Papa Benedetto XVI a Leuca: non solo rose…

A distanza di una settimana dall'evento, le doverose analisi fanno emergere diverse criticità: numeri gonfiati, eccessiva enfasi, qualche omissione infelice. Ecco le "spine" della visita salentina

Una settimana fa il Salento ed in particolare il Capo di Leuca vivevano il fermento dell'attesa per la visita imminente di papa Benedetto XVI presso il santuario "De finibus terrae". Oggi quel fermento, trasformatosi in entusiasmo nel pomeriggio di sabato, sembra d'un colpo aver lasciato posto ad una certa amarezza latente, che emerge pian piano nelle considerazioni sul dato reale dell'afflusso dei fedeli. Nell'esaltazione del momento, organizzatori e cronisti tutti si erano illusi che ad assistere al ritorno di un pontefice nell'estremo lembo di terra dopo secoli di attesa, ci fossero tra le quaranta mila e le cinquantamila presenze. Erano, in fondo, le cifre sbandierate nei giorni antecedenti all'appuntamento, tanto da causare l'investimento in una capillare organizzazione, scrupolosa e persino certosina. L'afflato del momento non ha permesso a quanti erano presenti in piazza di verificare il tragitto che da Punta Ristola ha condotto Benedetto XVI fino all'area in cui era prevista la concelebrazione: certamente non si può parlare di deserto, ma forse è lecito sottolineare che il lungomare fosse molto meno invaso del previsto.

Chi ha avuto modo di seguire le varie dirette televisive forse è stato più facilitato nel cogliere subito questo riscontro. Del resto, la sorprendente velocità con cui Leuca si è svuotata la dice molto lungo. Ed il dato più credibile sulle presenze dei fedeli è quello che registra circa 20mila pellegrini (forse qualcosa in più) riuniti attorno al pontefice: un dato di tutto rispetto, sia ben chiaro, ma decisamente impietoso se raffrontato alle attese della vigilia. La nevrosi sul traffico e sulle difficoltà logistiche forse ha avuto la meglio su molti salentini, che hanno preferito seguire la visita del papa in tv, piuttosto che affidarsi ai trasporti pubblici o di cedere all'idea di dover abbandonare l'auto ad almeno 4 chilometri dal luogo deputato all'evento: dimostrazione più chiara è la programmazione Sud-Est, che aveva previsto treni speciali fino a tarda notte, come nel caso di grandi manifestazioni di massa (prima fra tutte la Notte della Taranta) e che praticamente è stata costretta a sopprimerli, perché già intorno alle 20.30 non c'era anima viva.

Un altro dato non di poco conto è apparsa la scarsa presenza dei giovani salentini: che sia una questione di organizzazione deficitaria o di "pregiudizio territoriale" questo non è dato stabilirlo. Di certo, l'evocazione dello spirito delle Gmg è sembrato anacronistico e decisamente inappropriato. Sono forse questi i "costi" del "media event", quale di fatto è stato la visita del papa, con alcuni eccessi persino da telecronaca sportivoa o dove il clima emotivo prende il sopravvento sul dato reale. Basti pensare al continuo insistere nei resoconti dell'appuntamento sulla connotazione sociale della visita papale a Leuca, che se, per certi aspetti può anche essere considerata (visto che ha trattato l'interesse dei media su una terra "periferica"), si coglie molto di meno nelle parole che il pontefice ha rivolto ai fedeli: solo vaghi accenni ai disagi territoriali sono stati trasformati in "manifesti sociali".

Un discorso simile merita la questione del "papa-grande teologo", che con enfasi spesso è stata accompagnata nelle analisi di quel pomeriggio: in molti hanno rimarcato quel concetto, divenuto "pregiudizio" comune; il problema è che spesso chi ripete questa concezione, ha letto ben poco del "papa-teologo". Del resto, per dire di qualcuno che è un gran teologo, bisognerebbe avere un parametro di confronto: se, per esempio, si afferma che Hegel fosse un gran filosofo, è perché lo si raffronta con altri filosofi del suo tempo, riconoscendone una certa originalità. Lo stesso andrebbe fatto coi teologi. Un'altra questione che è stata posta con attenzione anche dai lettori è quella delle "spese organizzative": sono molti quelli che hanno trovato paradossale la "svolta infrastrutturale" del Capo di Leuca, in occasione della venuta del papa. Bisogna, però, d'altro canto vedere il "bicchiere mezzo pieno" e, cioè, che la presenza pontificia ha comunque permesso la riqualificazione di alcune zone, riportando all'attenzione dei più i demeriti politici, ad ogni livello, nell'area. Qualche problema logistico l'avrebbero riscontrato anche gli operatori commerciali, che probabilmente speravano di trovare un vantaggio dall'afflusso dei pellegrini ed, invece, si sono ritrovati a confrontarsi con non poche difficoltà logistiche.

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Si è molto costruito, infine, intorno al grande amore che il pontefice riserverebbe per la figura di don Tonino Bello, il compianto vescovo originario della zona, eppure nessuno ha mostrato sorpresa nel non sentirlo neanche minimamente menzionato nel discorso omiletico di Benedetto XVI (solo monsignor De Grisantis lo ha citato nel proprio indirizzo di saluto); viene logico sospettare che il papa non sia eccessivamente legato alla figura del vescovo di Molfetta o che sia un'omissione voluta. In ogni modo, una dimenticanza non di poco conto in un territorio dove l'enfasi del "Balcone sul Mediterraneo" e della terra senza "confini", rischiano oggi di diventare (se già non lo sono) definizioni con cui farsi belli. Nella storia del vescovo pacifista, quella cultura del dialogo si è coniugata concretamente nel vissuto, senza restare mai un'etichetta sterile. Forse non sarebbe stato male ricordarselo.

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